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Il derby di Meda

Pling! La newsletter del Milan mi ricorda che si sta avvicinando il derby. In realtà vogliono ricordarmi di comprare un biglietto usando come sfondo la foto di Kevin Prince Boateng. Cioè uno che avevamo spedito in Crucconia e dopo che l’hanno cacciato da Gelsenkirchen (avessi detto Real) a suon di calci nel culo gli abbiamo permesso di allenarsi a Milanello. Avrei trovato piu coerente usare la foto di Ibrahim Ba a sto punto, ma poco mi importa, trovo già agghiaciante che nel 2016 bisogna fare pubblicità per la vendità dei biglietti. Biglietti per cui nel passato potevi anche consegnare un rene se non eri abbonato. Tanto non ci vado. Una volta avrei sofferto le pene dell’inferno per stare lontano dal San Siro quel giorno, sarei andato in agitazione già un paio di settimane prima. Per non parlare del giorno del derby…svegliarsi, scegliere accuratamente maglia e sciarpa, controllare tre volte se avevo preso biglietti e carta d’identità, il viaggio sull’autostrada, la prima volta che vedi il tetto dello stadio dalla via Novara, il panino sul parcheggio, i Negroni al Camparino, il giretto turistico sulle palle del toro, gli abbracci degli amici, gli sfottò, i canti dall’interno di San Siro quando ancora avevi 20 minuti di coda da fare, il volantino con le istruzioni della coreo, il profumo dei fumogeni, le dita medi erette verso l’altra curva…

Niente, sono tranquillo. Niente agitazione, niente programmi, niente biglietto. E non è perché ormai non c’è niente in palio, il derby è il derby e la supremazia cittadina è un trofeo tra i più importanti del calcio mondiale. Certo, farebbe piacere vincerla. Ma a differenza delle altre volte non c’è nessuna paura di perderla. Nessun timore di andare al bar a prendere le sigarette lunedì mattina a subire i commenti spiritosi dell’altra sponda. Quel che un giorno era il luogo di dibattiti accesi sugli episodi della partita o più in generale sulla esistenza di eventuali cugini ormai è diventato il luogo dove alzare le spalle è una valida risposta a qualsiasi commento sul mondo calcistico, derby incluso. Tanto che c’è da sfottere? La cosa preoccupante è che la partita mi interessa quanto ai giocatori in campo.

Senza scomodare Zanetti o Maldini: fatico ad immaginarmi che qualcuno di quelli che scendono in campo domenica sera dorme male per l’agitazione o gli verranno i brividi quando scende in campo. Che significato può avere un derby per un giocatore arrivato per caso da noi 6 mesi fa e già tornato dalla Cina? Che può sapere delle sfide epiche o meno epiche per la supremazia nel campionato o „solo“ nella città? Dubito che un cameriere si è rifiutato di servire un Nagatomo o un Bonaventura perché appartenente alla squadra „sbagliata“. Non vedo proprio Honda che dopo un derby perso non riesce ad addormentarsi perché al 94esimo ha sbagliato sto tocco facile sottoporta che avrebbe fatto esplodere la Sud. Si allenano, vengono pagati puntualmente e una o due volte alla settimana indossano la rispettiva maglia sui campi di calcio e a volte si presentano per la stracittadina.

Non sapranno niente di come si sente, come si vive, come si respira un derby quando questi bellissimi colori sono tra le cose più importanti della tua vita. Non sanno niente di piedi ghiacciati che fanno male quando saltelli sugli gradoni della tua casa nel secondo blu. Non capiranno mai la rabbia quando vedi la tua squadra perdere 0:4 senza appello e tu sei incastrato fra due Interisti obesi che ad ogni tiro ti martellano i fianchi con i loro gomiti mentre stanno festeggiando quel che per loro sarà probabilmente la partita più bella della loro vita. Che significato può avere per loro vedere Leonardo immerso dai fischi rossoneri assorbendosi la sconfitta con annesse tre pere in piedi a bordocampo nel suo bel abito scuro? Che vuol dire „derby“ se non ti sei mai mangiato le unghie perché il Milan era in vantaggio e gli ultimi 10 minuti non finivano mai mentre prendevi a calci un tuo amico che messaggiava con la sua tipa perché aveva il cuore spezzato? „Il tuo cuore deve essere qui, coglione!“

Niente, non mi va, non mi prende, non ci voglio andare sta volta. Me la guarderò dal divano come tutti gli altri occasionali. Magari verso la sera mi verrà quella agitazione molto cara, forse fumerò di più, lo spero. Di sicuro dormirò felice se la dovessimo vincere, ma dubito che andrò in giro con la solita espressione cupa di chi sa esattamente quale tormentone deve affrontare perché la sua squadra ha perso il derby. Alzerò le spalle e risponderò „eh facciamo cagare“ e sarà accettato come risposta valida anche dal più accanito degli interisti. Ed è questa la cosa triste di questo glorioso derby, non che non sia un scontro al vertice; un derby sarebbe derby anche in Lega Pro. Ma si tratta di un derby senza uno Zanetti, senza un Maldini, senza una società, senza nessuno in campo che abbia avuto il tempo (o i compagni) per imparare cosa veramente significa questa parola. Ma dai, la prossima partita è sempre la più importante, da lunedì pensiamo alla insidiosa trasferta a Palermo.