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Eppur si muove…

Ormai mi ero messo l’anima in pace, il tifo organizzato in Italia non è mai riuscito a svegliarsi, a difendersi contro chi ha fatto del movimento giovanile più grande d’Italia una mera matrice per sperimentare tattiche di repressione. Gli ultràs svizzeri e tedeschi hanno fin da subito capito che la loro è una cosa comune, […]

Ormai mi ero messo l’anima in pace, il tifo organizzato in Italia non è mai riuscito a svegliarsi, a difendersi contro chi ha fatto del movimento giovanile più grande d’Italia una mera matrice per sperimentare tattiche di repressione. Gli ultràs svizzeri e tedeschi hanno fin da subito capito che la loro è una cosa comune, meritevole di essere protetta, mentre in Italia finora ha sempre vinto la logica dello scontro. Qui era sempre più importante „non sedersi mai ad un tavolo“ con un Atalantino, Catanese, Napoletano… che unirsi ed alzare la voce contro misure di „sicurezza“ ben lontane dagli standard democratici che la Costituzione italiana dovrebbe garantire ai suoi cittadini. Come la libertà di espressione, negata non solo a quelli che sono dell’opinione che „Speziale“ fosse „innocente“. E mentre tedeschi e svizzeri si sono radunati per manifestazioni, azioni concordate o conferenze stampa per lottare per i diritti di tutti (!) quelli che frequentano uno stadio, in Italia si è preferito dividersi in „tesserati“ e „non tesserati“. Partecipando al gioco del potere, del „dividi et impera“ che sta funzionando bene da più di duemila anni.

E così il mondo degli ultràs italiani non ha mai trovato una dimensione nazionale, nemmeno la coscienza di essere un movimento che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone. Nemmeno dopo la morte di Vincenzo Spagnolo, accoltellato prima di un Genoa-Milan di quasi vent’anni fa. Nemmeno dopo la morte di Gabriele Sandri, giustiziato nella sua macchina all’autogrill di Badia al Pino. Si è sempre accettata l’etichetta di belve becere che „frequentano gli stadi soltanto per scaricare le proprie frustazioni derivanti da una vita agli margini della società“. L’etichetta dei „50 criminali che non hanno niente a che fare con il calcio“. E tutte queste altre „definizioni“ che come scopo hanno solo il risparmiarsi la fatica di dover pensare o analizzare. Per gli ultràs è sempre stato più importante combattere i napoletani „puzzolenti“ che schierarsi contro chi, in maniera demagogica e populista, autocelebrava il pugno duro contro uno degli ultimi problemi di questo Paese tutt’altro che povero di problemi. E mentre in Paesi come l’Egitto o la Turchia sono stati proprio gli ultràs che si sono messi all’avanguardia di movimenti sociali, nella miglior tradizione di ribelli consapevoli della loro forza e organizzazione, in Italia si è andati avanti per decenni nel compiacersi di essere „più ultràs“ di tutti. Ogni città per sè, ogni curva per sè, ogni gruppo per sè. Evviva il campanilismo. Evviva la destra. Evviva la sinistra. Evviva il verde, il rosso o il blu.

Ci voleva il giro di vite di questa stagione per sbloccare questa situazione idilliaca per i populisti. Dopo – sempre nel nome della sicurezza ovviamente – aver negato la libertà di espressione negli stadi, dopo aver vietato tamburi, megafoni o striscioni goliardici, dopo aver schedato centinaia di persone ree di voler vedere una partita di calcio dal vivo con la famigerata tessera del tifoso, ora sembra che sia stato raggiunto il limite. La casta politica italiana, quella che paragona la Kyenge ad un Orang Utan, ha scoperto la „discriminazione territoriale“ come strumento perfetto per chiudere stadi e curve a volontà. Perché è chiaro che nel calcio si gioca spesso contro una squadra proveniente da un’altra città o regione ed ogni coro goliardico, ogni canzone „cattiva“ si qualifica per giustificare la chiusura di stadi interi. Con buona pace di chi ha pagato l’abbonamento ma non ha mai cantato in vita sua. Sempre fedele alla regola che è più facile bersagliare gruppi di persone che condannare chi effettivamente ha violato una regola. E volendo tenere a bada gli ultràs come possibile nucleo di una ribellione sociale più ampia, si è cominciato con il segnale per le curve più grandi: prima le romane, poi le milanesi. Eccezion fatta per i tifosi della Juventus che da sempre sono una specie a parte. Eccezion fatta per chi ha violentato il minuto di silenzio per le vittime di Lampedusa.

Ma dopo la notizia della chiusura di San Siro per la partita Milan-Udinese, è sucesso qualcosa di nuovo nella storia del tifo organizzato: contemporaneamente la Curva Nord e la Curva Sud di Milano hanno emesso comunicati in cui dichiarano di non voler accettare la situazione che si è creata:

„Nel meditare sulle domande che poniamo a tutti, Ultras e non, ci riserviamo di proporre iniziative POPOLARI coordinate con altri tifosi, Ultras, con gli stessi tifosi dell’altra squadra della nostra città, con i nostri gemellati, con i nostri rivali storici e con chiunque comprenda lo sbalorditivo tentativo di imporre alle nostre menti un perbenismo alieno frutto dei pazzi psicotici che comandano il nostro calcio, il nostro paese…“

E fu così che dopo tanti anni di decisioni cervellotiche da parte di chi governa il calcio, dopo regali alle banche e misure antidemocratiche – sempre affiancate da una stampa troppo pigra per ricercare le sfumature di grigio quando il bianco ed il nero si vendono più facilmente – bastava l’ultima idiozia della giustizia sportiva, chiudere uno stadio per un coro vecchio trent’anni, per far traboccare il vaso e far capire a tifoserie rivali come quelle di Milan, Inter e Napoli, di avere più cose in comune di cose che dividono. Forse si tratta solo di un fuoco di paglia, l’ennesimo, ma per ora un sentito applauso a chi è responsabile di svegliare un nemico finora nemmeno consapevole della sua forza. Congratulazioni per un risultato che negli ultimi quattro decenni nessuno, dal „Progetto Ultràs“ al „Basta Lame, Basta Infami“, dal „BISL“ al „NISS“, è riuscito ad ottenere. Non tanto perché chiudere il San Siro fosse una cosa assurda e priva di motivazioni, a queste siamo abituati, ma perché finalmente qualche genio al timone è riuscito a superare la flemma dell’italiano medio. Complimenti vivissimi.

Agli Onorevoli responsabili di questo scempio, voglio ricordare che l’ultima volta che la Curva Sud e la Curva Nord di Milano si sono messe insieme è stata per le elezioni comunali di Milano 2011, viste da tanti come il primo passo verso la fine di Berlusconi. Allora ha funzionato.

10 Antworten auf „Eppur si muove…“

„In un momento come questo, con oltre il 40% dei giovani fra disoccupazione e dintorni, si preferisce tenere la gente a casa che in giro per le strade“.
È una plausibile chiave di lettura.

Del resto si sposa benissimo con la mia interpretazione del „pugno duro“ per impedire che crescono degli disagi sociali come reazione ad una situazione economica disastrosa. Come in altri paesi dove gli ultràs si sono dimostrati pronti alla battaglia o come a Genoa nel 2001 dov’erano presente numerose tifoserie a reparti della celere.

De Magistris sulla discriminazione territoriale:“ questo e‘ un problema del Milan noi non abbiamo di questi problemi nei confronti delle altre squadre e delle altre tifoserie“.

Eh beh, questo proprio è arrivato al succo del problema. E dire che i tifosi del Napoli sono stati molto più intelligenti di lui, visti gli striscioni esposti domenica.

…e dopo queste discriminazioni territoriali possiamo anche chiudere i commenti 😀